Val Mareno is a foothills area,
in the northern quadrant of the Veneto Region, situated in the North-Eastern
Province of Treviso, on the border with the Province of Belluno; it is the
territorial and cultural unity that historically stems from the medieval County
of Val Mareno, corresponding today to the towns of Pieve di Soligo, Follina, Miane and Cison of Valmarino.
- Il contesto territoriale
La Val Mareno è l'area pedemontana situata nella parte
Nord-Orientale della Provincia di Treviso, nel quadrante settentrionale della Regione Veneto.
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Carta geografica della Val Mareno. |
Tale area, a confine con la Provincia di
Belluno, rappresenta l'unità territoriale e culturale che
deriva storicamente dalla medioevale Contea della Val Mareno, oggi
corrispondente ai Comuni di Pieve di Soligo, Follina, Miane e Cison di Valmarino. Le Prealpi
Trevigiane si dipartono dal Fiume Piave (190 m s.l.m.) e si articolano in due dorsali,
una montuosa ed una collinare: la dorsale montuosa ha inizio con il M.te Pianezze (1005 m s.l.m.), prosegue verso
il M.te Cesen (1570 m s.l.m.), M.te Posa Puner (1382 m s.l.m.), Passo del Praderadego (910 m s.l.m.),
M.te Col De Moi (1358 m s.l.m.), Passo San Boldo (710 m s.l.m.), M.te Pian De Le
Femene (1150 m s.l.m.), M.te Visentin (1768 m s.l.m.), Passo Sella di Fadalto (488 m s.l.m.),
M.te Millifret (1581 m s.l.m.) sino al M.te Pizzoc (1565 m s.l.m.); mentre la
dorsale collinare si sviluppa lungo i Comuni di Valdobbiadene, Miane, Follina, Cison,
Tarzo sino a Vittorio Veneto. La dorsale montuosa delle Prealpi Trevigiane
è costituita di rocce calcaree calcareo-dolomitiche, mentre la collinare in prevalenza
da rocce di origine sedimentaria. Il fiume Soligo è il principale corso d'acqua
del comprensorio territoriale della Val Mareno; è emissario dei laghi di Revine-Lago,
affluente del fiume Piave e scorrendo lungo la Val Mareno ed in parte del Quartier
del Piave beneficia dell'apporto di affluenti minori:
il torrente Piaveson, il torrente Grave o Gravon, il torrente Ruio, il fiume Follina,
il torrente S. Pietro, il torrente Campea,
il torrente Visnà, il torrente Rio Vallata, il torrente Marzola, il torrente Peròn,
il torrente Lierza e il torrente Soligo.
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La Val Mareno vista dal M.te Cesen (1570 m s.l.m.). |
Il comprensorio territoriale della Val Mareno, unità valligiana
e culturale derivante dalla Contea medioevale omonima ed oggi corrispondente ai
Comuni di Pieve di Soligo, Follina, Miane, Cison di Valmarino, ha i seguenti
confini: a Nord, il crinale montuoso delle Prealpi Trevigiane,
con la vetta sovrastante il villaggio confinario di Sollèr, il M.te
Cisa, poi il M.te Cimon, M.te Lasson, l’anticho Passo del S. Boldo,
M.te Agnelezze, M.te Col De Moi, S. Fermo di Pràderadego, M.te Còl di Varnàde,
M.te Crep, M.te Salvedelle, M.te Castelet, M.te Cimon; ad Ovest la profonda incisione
costituita dalla Valle della Cavallera che scende dal M.te Cimon, la Val Brutta del
Madean fino a Ponte Raboso ed alla sottostante intersezione fra i confini amministrativi
di Miane, Valdobbiadene e Farra di Soligo; a Sud l’intersezione predetta con M.te Moncader,
il Roccolo, M.te Pertegar, i Boschi di Carpene fino al Rio Campea e dalla confluenza di questo
lungo il fiume Soligo fino a Barbisanello e al torrente Lierza, escludendo Barbisano; ad Est:
il corso del torrente Lierza, da Barbisanello a Zuel, il crinale collinare fino a Resera,
il pendio delle Fratte ad intersecare il fiume Soligo nella piana della Tajada e la Valle del
Pioveson.
- Inquadramento storico d'area
I primi abitatori del comprensorio territoriale della Val Mareno, ove sorge
l'Abbazia di S. Maria, sono molto probabilmente cacciatori attivi sin dal
Paleolitico medio come attesta come attesta il ritrovamento musteriano di
una selce scheggiata a Follina in località "Roncavazzai". Al V Millennio a.C.
risalgono i reperti rinvenuti nei siti mesolitici di
Follina, in località "Ca Carniellon", e di Tovena, nei pressi del Passo di San Boldo .
Nel XIII Sec. a.C. la pedemontana trevigiana è interessata dal sopraggiungere
di un'ondata migratoria di popolazioni provenienti da oriente; gli abitanti locali
sono costretti ad abbandonare le zone di pianura per trovare riparo nelle alture
dando così origine ai Castellieri; fra questi vanno annoverati in Val Mareno
quello rinvenuto alle pendici occidentali del castello Brandolini in località
"Colombera" e quello emerso nei pressi della frazione di Tovena. Alle
popolazioni Paleovenete sembrano esser attribuibili i manufatti
in terracotta ritrovati nel promontorio di S. Giacomo, per tipologia
riferiti a resti di urne cinerarie appartenenti ad una più vasta necropoli
ancora inesplorata. Verso il IV secolo a.C. si riscontrano in Val Mareno i primi reperti
attestanti rapporti d'interscambio tra genti autoctone ed il popolo romano. Nel I Secolo a.C.
la terra veneta, e dunque la nostra Valle, entra a far parte del
territorio romano e viene assegnata ai veterani dell'Imperatore Gaio Giulio Cesare
Ottaviano Augusto con la denominazione di "Decima Regio Venetia et Histria".
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Il tracciato della via romana Claudia Augusta Altinate al Passo del Praderadego. |
Nel 15 a.C. l'Imperatore Nerone Claudio Druso Germanico al fine di assicurare un
efficace supporto logistico ai presidi romani in terra germanica avvia la costruzione
della via militare Claudia Augusta Altinate; l'infrastruttura viaria parte da Altino,
attraversa la Val Mareno ove sorge la "mansio" di Follina, valica il Passo di Resia per
giungere alle rive del Danubio, nei pressi di Donauwörth. Numerosi i reperti,
i resti di edifici e di infrastrutture viarie di epoca romana
documentati nella Val Mareno: armi a Tovena in località "Castron",
una moneta di Adriano a Cison di Valmarino , due armille (bracciali) in bronzo a Campea di Miane,
una sepoltura a incinerazione con monete dell'imperatore Commodo a Valmareno lungo la Cal Maor,
un tesoretto monetale nei pressi delle antiche cave di pietra a Follina in località "Volpera",
resti di un ponte a due arcatelle a Follina presso la sorgente di Santa Scolastica, due ponti
sull'itinerario della strada Claudia Augusta Altinate a Follina in località "Tre Ponti", tratti
di lastricato e di strada intagliata nella parete rocciosa a Valmareno in località "Croda Rossa di Praderadego"
lungo l'itinerario della strada romana Claudia Augusta Altinate.
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Il tracciato della via romana Claudia Augusta Altinate a Follina. |
Da evidenziare la concentrazione di attestazioni di epoca romana all'interno
del complesso abbaziale di Santa Maria a Follina: una lapide con la scritta mutila "ACRUM",
un rocco di colonna scanalata, una conduttura fognaria, un sarcofago litico , un muro perimetrale di
circa 80 centimetri di diametro che scende in profondità per m 4 ca. posizionato trasversalmente
alla piazzetta antistante all'antica chiesa abbaziale di San Giovanni,
resti di arcate oggi fondazioni del loggiato monastico cinquecentesco, resti di fondazioni di un
tempio pagano rinvenute al di sotto della pavimentazione absidale.
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Abbazia di Follina: resti di fondazioni di epoca romana. |
Nei secoli di crisi dell’Impero Romano il territorio della Val Mareno
subisce violenze e saccheggi ad opera di eserciti barbarici in transito;
gli abitanti cercano luoghi più sicuri ove dimorare. Nel IV secolo si
assiste al trasferimento della popolazione locale in quello che, oggi,
risulta qualificato come uno dei più vasti insediamenti d’altura in Italia,
il villaggio del "Monte Castelàz ". In epoca medioevale il comprensorio territoriale
della Val Mareno (Comuni di Pieve di Soligo, Follina, Miane e Cison di Valmarino) è
suddiviso in dodici Ville: Cison (centro amministrativo e giudiziario della
Contea che comprende l'abitato di Mura); Marèn (oggi Valmareno),
Miàni (oggi Miane), Visnà, Virgomàn (oggi Vergoman), Combàio (oggi Combai),
Campèia (oggi Campea), Còl, Pràmaor (oggi Premaor), Tòvene (oggi Tovena, comprendente le frazioni di Soller e Gai),
Rolie (oggi Rolle, comprendente Zuèl e Pedeguarda), Suligèti (oggi Solighetto,
centro giurisdizionale dell’antica Gastaldia comprendente Farrò,
Pieve del Contà - oggi Pieve di Soligo - e Barbisanello).
Follina, ab antiquo Sanae Vallis - Sana Valle , non è mai esistita come Villa;
il suo territorio e abitato appartenevano per la maggior parte alla Villa di Marèn
(sino al fiume Follina ) e in piccola parte alla Villa di Miane.
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Ruderi della torre medioevale di vedetta sul Passo del San Boldo. |
- L'Abbazia di Follina
La prima attestazione documentale sulla presenza monastica benedettina presso l'abbazia di S. Maria a Follina
è riferibile ad una pergamena del 6 ottobre 1127 nel quale si legge che tale "Abate Bernardo aveva venduto
a un certo Arpone di Prevegnano un appezzamento di tre campi di terra...".
Da altre fonti risulta che i Benedettini di Follina dipendevano dalla abbazia di S. Fermo Maggiore di Verona,
anche se ciò non appare nel Breve di Innocenzo II del 25 Novembre 1139. Con un documento del 24 luglio 1217,
Onorio III risolve a favore dei monaci di Follina una lite con i Benedettini di S. Fermo: i primi si dichiarano
indipendenti da quarant'anni e appartenenti all'ordine cistercense.
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Campanile romanico dell'abbazia di Follina. |
L'ordine Cistercense, fondato a Citeaux nella Francia del Sud nel 1098 da Roberto di Molesme su
un'austera riforma benedettina, agli inizi del XII secolo andava diffondendosi in tutta Europa,
specialmente per opera di S. Bernardo di Chiaravalle. Lo storico C. de Visch afferma che il 30 maggio 1146
dall'Abbazia di Chiaravalle di Milano e Cerreto di Lodi giungeva all'abbazia di Follina un gruppo di
monaci cistercensi.
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Facciata della chiesa abbaziale di Santa Maria a Follina. |
Sicura è la donazione fatta da Sofia da Camino di una parte dei suoi beni alla morte del marito Guicellone II,
sancita dall'atto stilato il 18 giugno 1170. Con il testamento del 21 febbraio 1217 Gabriele da Camino lasciava
al Monastero di Follina i castelli vicini con tutti i poderi. Con le donazioni l'Abbazia continuò ad ampliarsi
fino a divenire quel complesso monumentale cistercense tutt'ora tra i più insigni e meglio conservati d'Italia.
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Chiostro cistercense dell'abbazia di Follina. |
Nella sua politica di espansione la Repubblica di Venezia chiese a papa Niccolò V la
soppressione dei Cistercensi a Follina. L'Abbazia, per la duplice posizione di dipendenza
da Chiaravalle di Milano sotto l'influenza dei Visconti o degli Sforza e da Citeaux in Francia,
appariva come la "longa manus" dei due antagonisti della Serenissima. Era l'anno 1448.
L'Abbazia passò quindi in "commenda" a cardinli e vescovi, detti "abati commendatari",
i quali ne godevano diritti e redditi. Il primo fu Pietro Barbo, vescovo di Vicenza,
poi papa Paolo II. Nel 1525 fu abate commendatario Livio Podacattaro, arcivescovo di Cipro.
Nel 1562 fu nominato il cardinle Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano, che rinunziò nel 1573.
Nello stesso anno papa Gregorio XIII conferì la commenda al cardinale Tolomeo Gallio da Como,
il quale essendo protettore della Congregazione dei Camaldolesi, affidò ad essi l'Abbazia.
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Chiostro rinascimentale dell'abbazia di Follina. |
Seguirono cardinali delle famiglie Orsini, Barberini e Panphili, quindi il trevigiano Sergio Pola,
vescovo di Famagosta. Sotto il suo governo, papa Clemente XII consegnò definitivamente l'Abbazia
ai Camaldolesi nel 1739. Ultimo abate fu il cardinale Rezzonico nel 1783.
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Chiostro cistercense dell'abbazia di Follina. |
Nel 1771 comunque,per ordine della Repubblica Veneta il Monastero era stato sopresso ed i beni passati in parte
al Monastero Camaldolese di S. Michele di Murano e in parte acquistati dal follinese Domenico
Bernardi che li cedette poi ai Conti Gera. Nel 1807, con la soppressione napoleonica, rimase
custode un camaldolese di Murano, divenuto sacerdote, don Bonifacio Baseggio, che lasciò
l'eredità al comune di Follina perché erigesse in parrocchia la chiesa abbaziale, cosa che
avvenne nel 1820.
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Incisione riproducente la Madonna di Follina, opera del cisonese Egidio dall'Oglio. |
Il 22 gennaio 1915 vennero inviati a Follina dal vescovo di Ceneda i Servi di Maria.
Nel 1918 una bomba sfondò il tetto e fece crollare il lato orientale della chiesa.
Nel 1919 iniziarono i lavori per il restauro condotti dall'ing. Ferdinando Forlati di Venezia.
- Guida turistica del comune di Cison di Valmarino
Il territorio del comune di Cison di Valmarino è ricompresso geograficamente
tra le ultime pendici delle Prealpi a sud (su cui sorge l’abitato di Rolle),
il primo tratto della valle del fiume Soligo (appena uscito dai due laghi di Revine)
e i primi contrafforti del versante meridionale delle Prealpi, dove sorgono gli abitanti
di Cison, Mura e Tovena. Cison sin dal medioevo è sede dei podestà e residenza dei conti della Val Mareno;
in considerazione di ciò un cenno sulla storia locale non può
prescindere dalla disamina, più in generale, dalle vicende storiche
che hanno interessato l'intera Val Mareno.
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Il Castello Brandolini a Cison di Valmarino. |
Numerosi reperti e alcuni resti in infrastrutture viarie confermano
che con ogni probabilità fin dal periodo romano la Val Mareno ha
ospitato nuclei abitati, sia pure di modeste dimensioni. Dopo la
caduta dell’impero, la Val Mareno fu assoggetta, tra gli altri, dai
Longobardi; testimonianza alcuni toponimi, tra cui Gai da "gahagi", "bosco - siepe".
Ad una indiscussa continuità di insediamenti fin dai primi secoli del cristianesimo,
rinviano anche dedicazioni antiche di chiese: a Tovena la chiesetta di S. Vigilio
e la cappella di S. Nicola, a Soller la chiesa intitolata a S. Prosdocimo e S.
Giustina (i due santi del primitivo cristianesimo veneto); S. Michele è ricordato
in una chiesetta a Gai.Dopo la fine del dominio longobardo, il territorio della
Val Mareno rimase legato per lungo tempo alle vicende della Diocesi di Ceneda; tale
legame appare "ufficiale" almeno a partire dal privilegio dell’imperatore Ottone I: il
documento più antico in cui sia citata una località della zona. Attraverso il diploma,
promulgato a Cuma il 6 agosto del 962, infatti, l’imperatore nominava il vescovo di Ceneda feudatario
dell’Impero, specificando che tra i territori di sua pertinenza vi era anche la
“Curtis" di Tovena. Passata in feudo prima ai Da Porcia e quindi, per successione
ereditaria, a Sofia di Col fosco, con il matrimonio di quest’ultima con Guecello II
da Camino la Val Mareno passò in seguito sotto la giurisdizione dei Caminesi, nella
seconda metà del XII secolo. La famiglia da Camino, che stava poco alla volta aumento
i propri possessi divenne nel corso del secolo successivo una delle più potenti della
Marca Trevigiana; una vera e propria escalation fino al 1283, anno in cui Gherardo III
fu eletto con voto unanime capitano generale della città di Treviso. Ma la fortuna
dei Caminesi doveva calare poco alla volta fino a che, alla morte di Rizzardo IV, nel 1335,
in mancanza di eredi maschi, il feudo della Val Mareno fu conteso tra il vescovo di Ceneda
(e la Repubblica di Venezia, accorsa in supporto ) e i rappresentanti di un altro
ramo della famiglia, i Caminesi di Sotto. Pochi anni più tardi, però, Rizzardo VII da Camino,
restato nel frattempo unico possessore della Val Mareno, in difficoltà finanziarie, si rivolse
a Venezia; degli aiuti finanziari richiesti si fece carico il patrizio Marin Faliero, che
ottenne in cambio il territorio e l’investitura feudale dal vescovo di Ceneda.
Nel 1350 Marin Faliero inviava a suo rappresentante nel feudo il capitano Bianchino
da Martignago il quale governò servendosi di tali soprusi e angherie che provocò nel
volgere di pochi mesi una vera e propria sommossa, sfociata nell’assalto al castello sede
del capitanato.
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Lastra sepolcrale di Brandolino III Brandolini (Secolo XIV). |
La sommossa terminò con spargimento di sangue e in una cruda repressione.
Ma il governo del Faliero doveva durare poco: egli risultò il primo responsabile della
congiura contro l’oligarchia veneziana, e fu decapitato. Alla sua morte il feudo venne
restituito alla Repubblica di Venezia, che ne affidò l'amministrazione prima a capitani,
quindi a podestà, con sede a Cison.Dopo ancora un periodo di incertezza, passaggi di proprietà
momentanei, invasioni (gli Ungheri, Leopoldo d’Austria, Francesco
da Carrara, Pippo Spano per conto dell’imperatore Sigismondo d’Ungheria),
che coincidono anche con il periodo critico dell’assestamento dei possedimenti
in terraferma, la giurisdizione della Val Mareno rimase alla Repubblica di S. Marco
fino al 18 febbraio 1436, quando il doge Francesco Foscari diede il feudo della Val
Mareno a Erasmo da Narni, il Gattamelata, e a Bardolino da Bagnacavallo.
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Emblema aradico dei Conti Brandolini di Val Mareno. |
I due capitani di ventura, fratelli d’armi, avevano combattuto prima sotto le insegne di Braccio da
Montone, poi al servizio del Papa, e quindi al soldo della Repubblica di Venezia, cui
resero tali servigi da ottenere “per le specchiate innumerevoli virtù, l’ardore della fede,
la grande devozione, le eccezionali gesta...”, il dono del feudo, per sé e i loro discendenti legittimi.
Pochi anni dopo, nel 1439, il Gattamelata rinunciò ai propri diritti sulla Val Mareno in favore
di Brandolino contro il pagamento di cinquemila ducati. Brandolino, capostipite della famiglia
Brandolini che governò la zona fino al 1797, divenne il primo conte di Val Mareno.
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Resti del Castello di Gai (Secolo XIV). |
Alla caduta della Serenissima anche il feudo di Valmareno cessava di esistere.
In base alle riorganizzazioni territoriali-amministrative, dopo una prima dominazione
austriaca, la Val Mareno passò, durante il Regno Italico di Napoleone a far parte del
Dipartimento del Tagliamento, nel distretto di Ceneda.Dopo il 1813, con la seconda
dominazione austriaca, la Val Mareno risultò spartita nei tre distretti di Ceneda,
Serravalle, Valdobbiadene: Cison e Follina furono annesse al
distretto di Serravalle, Miane in quello di Valdobbiadene. Dopo il 1866, il Regno d’Italia
previde una riorganizzazione territoriale in comuni, che vige tutt’ora, e che suddivide
la Val Mareno tra i comuni di Follina, Miane, Cison, Pieve di Soligo. Cison
oltre ad esser centro amministrativo della contea di Val Mareno era anche il riferimento
per la diocesi di Ceneda con la Pieve di Santa Maria Assunta; chiesa matrice che aveva come
filiali le regole di Maren, Tovena e Airollis (Rolle) sin dal 1475, come documentato all'interno
della visita pastorale del vescovo Nicolò Trevisan. Dalla pergamena del vescovo Trevisan si
riscontra che la chiesa parrocchiale di Cison è qualificata come “antichissima”, quasi cadente,
e che era in corso la costruzione di un nuovo fabbricato sacro.
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Veduta di Cison di Valmarino e la chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta. |
Nel 1683 iniziarono i lavori per la costruzione di una nuova chiesa (l’attuale),
su disegno dell’architetto cisonese Paolo Grempsen. La chiesa fu terminata nel 1740
sotto la direzione di Ottavio Scotti e venne consacrata sei anni dopo dal vescovo
Lorenzo Da Ponte. Le altre chiese filiali della pieve di Cison sono quella di Rolle
(già cappella di Cison prima del XVII secolo, parrocchia dopo il 1762; l’attuale
edificio risale al secolo XVIII e fu consacrato dal vescovo Squarcina nel 1837),
di Gai (la chiesa attuale è stata costruita nel 1740, ma eretta a parrocchia poco più di trent’anni fa),
Tovena (prima cappella filiare, poi parrocchia dal 1693; l’attuale chiesa
parrocchiale fu edificata intorno al 1750, con successive aggiunte nel secolo scorso). In queste
chiese, ci sono opere di pittori locali di un certo pregio tra cui Francesco da
Milano (1480 ca.- 1548 ca.) nella chiesa di Tovena (un’opera proveniente dalla chiesa di Gai):
una tela raffigurante l’Arcangelo Michele; Egidio Dall’Oglio (Cison 1705-1784) realizzò gli
affreschi sul soffitto della chiesa di S. Michele di Gai, una tela con la Madonna del Rosario
e santi nella parrocchiale di S. Giacomo di Rolle e vari dipinti ad olio e affreschi nella
parrocchiale di S. Maria Assunta e S. Giovanni Battista di Cison.
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Pala lignea raffigurante S. Ottilia, chiesa parrocchiale dei SS. Simone e Giuda in Tovena. |
Il Dall’Oglio fu uno dei più fedeli e meno noti discepoli del Piazzetta, da cui desunse certe peculiari caratteristiche
stilistiche tendenti a schiarire la tavolozza dei colori impegnati e a dissipare le ombre dal campo pittorico.
Meno fortunato e meno noto di altri artisti del tempo, Egidio Dall’Oglio svolse una sua produzione
prevalentemente legata a soggetti di tipo religioso e che è testimoniata ora in molte chiese della zona.
Nella chiesa parrocchiale di Cison sono anche conservati il monumento sepolcrale a Vito Brandolini
dello scultore veneziano Pietro Baratta ed una pregevole opera del bellunese Giovanni Marchiori.
Un cenno va infine fatto per Marco Casagrande, di cui sono conservate presso la parrocchiale di
Cison alcune statue allegoriche sulle facciate. Casagrande, nato a Campea di Miane nel 1804,
studiò all’Accademia di Belle Arti di Venezia affermandosi, giovanissimo, come allievo di
Luigi Zandomeneghi. Il patriarca di Venezia, Giovanni Ladislao Pyrker, quando fu nominato arcivescovo
di Eger in Ungheria, lo volle con sé. Il Casagrande in Ungheria, fino a che non vennero sospesi i
lavori per la grande basilica di Esztergom dove era stato chiamato per realizzare le decorazioni,
ebbe grande fortuna e aprì anche un laboratorio-scuola di scultura. Ritornato in Italia nel 1848
si stabilì con la moglie a Cison, dove morì nel 1880.
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Castello Brandolini a Cison di Valmarino, veduta interna. |
L'abitato di Cison possiede ancor oggi un castello, ultimo retaggio
del governo della Serenissima in loco. Il castello Brandolini, secondo
lo storico trevigiano (ma rodigino d’origine) Giovanni Bonifacio, era
stato eretto fin dal 1194 sulla sede di una preesistente fortezza militare
di origine tardo romana. Nella prima metà del secolo XII, Gabriele III da Camino
lo restaurò rendendolo abitabile. Le fogge attuali del Castrum Vallis Mareni
sono dovute all'opera del Conte Anton Maria Bradolini (morto nel 1530) che avviò
i lavori per la sistemazione del palazzo-castello. L’occasione venne anche dall’obbligo,
fatto da parte della Repubblica, del restauro di ville, antichi manieri e costruzioni medievali
in abbandono. La ricostruzione e restauro del maniero veneto proseguirono sino agli inizi del
Settecento e saranno poi conclusi dai figli di Guido Brandolino IX su progetto dell’architetto
trevigiano Ottavo Scotti. Il progettista realizzò una singolare integrazione di volumi tra il
castello la chiesa di San Martino e l'antico teatro medioevale.
- Guida turistica del Comune di Miane
In considerazione delle attestazioni storiche rinvenute Miane con molta probabilità
è stato un “pagus” romano, sito in prossimità della grande via di comunicazione Claudia
Augusta Altinate; anche il toponimo di Miane sarebbe da ricondurre ad Aemilius.
Con la diffusione del cristianesimo, nella zona, sorse probabilmente intorno al VII
secolo un edificio di culto a cui venne a far capo la gente sparsa nei “vici” del
territorio; e, se con la discesa dei barbari l’ordinamento romano venne spazzato
via, rimase operativa l’organizzazione ecclesiastica con la sua caratteristica divisione
in pieve (centro) e cappelle (frazioni).
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Veduta generale della Val Mareno dalla frazione di Combai di Miane. |
Si formarono così la pieve di S. Maria di Miane, che faceva capo a Ceneda, e
le cappelle di Visnà, Vergoman, Combai, Campea e Premaor.
Su tale suddivisione ecclesiastica venne rimodellata la nuova organizzazione civile:
il centro divenne il comune della pieve di S. Maria di Miane e le cappelle presero il
nome di “regole”. A capo di ogni regola era posto un "meriga", affiancato da due “giurati”,
che fungevano da suoi collaboratori. Tale ordinamento venne conservato fino alla caduta della
Repubblica Veneta (1797), e quindi sostituto da una Deputazione comunale, dipendente nel
periodo napoleonico dalla circoscrizione di Cison, e in quello della dominazione austriaca
da Valdobbiadene. Con l’annessione del Veneto all’Italia, fatta escludere per il comune
venne retto da un podestà, Miane divenne un comune amministrato nella forma che presenta tuttora.
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Le prigioni medioevali a Miane in località Forca. |
Tra le cose d’arte da segnalare, innanzi tutto vi è la chiesa arcipretale.
Fatta erigere da monsignor Sigismondo dei Conti Brandolini nel 1878 su progetto di Giuseppe Segusini,
la chiesa è composta da un’unica grande navata, nella cui abside è posta una Natività del Signore,
opera pregevole del pittore dall’Oglio di Cison. Ai lati, sopra gli accessi alle sagrestie, sono
posti due grandi dipinti, di cui uno (la Natività della Madonna) si attribuisce con molte incertezze
al dall’Oglio, l’altro, opera altrettanto pregevole raffigurante la Purificazione della Beata Vergine,
viene attribuito ad Antonio Bellucci di Soligo. Sugli altari laterali, poi si possono ammirare un’altra
opera del dall’Oglio, ed una pregevole ancona policroma seicentesca, raffigurante i Santi Antonio,
Lorenzo, Valentino. Da ricordare, tra l’altro, il bell’organo settecentesco opera del Callido ed il
vecchio campanile, che un tempo era una torre di vedetta: a ricordo della primitiva funzione vi è
un’iscrizione d’incerta lettura che sembra far risalire la sua ristrutturazione al XV secolo,
cosicché la costruzione rimane una delle poche testimonianze dell’antico apparato difensivo.
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Affesco votivo seicentesco, centro storico di Miane. |
Nell’oratorio di San Vito a Visnà, costruito attorno al Trecento, si può ammirare una pala
dedicata ai SS. Ausiliatori Vito, Rocco e Sebastiano, opera di Arrosto Cenedese, datata 1603,
ed una statuina lignea raffigurante la Madonna del Carmine, il cui vestito originale, ora
ricoperto, è dipinto con la tecnica che ricorda i drappi seicenteschi; dello stesso Santuario
è da ricordare l’organo, opera di Girolamo Savarise (1805).
A Vergoman la chiesetta di Sant’Antonio,con un pronao cinquecentesco, custodisce una pala
con Vergine, Bambino e Sant’Antonio Abate di scuola
tizianesca e un paliotto raffigurante i Santi Pietro, Paolo e Antonio, attribuito al pittore Rossi di Belluno,
primo maestro del Tiziano.Domina la vallata di Visnà il Santuario della Madonna del Carmine, ove si
venera fin dal XIII secolo una statua lignea, ritrovata, stando alla tradizione,
nella Grotta di Lantrel da alcuni pastori guidati da un eremita.
A Combai la Chiesa di Santo Stefano a Combai,
al cui interno si può ammirare una pala Seicentesca raffigurante la SS. Trinità,
ed il vicino oratorio della Addolorata, da cui si gode una vista incantevole.A Campea
all’interno della chiesa di Sant’Andrea è custodito un bellissimo altare-tabernacolo
ligneo con numerosi bassorilievi, un Crocifisso attribuito al Brustolon ed un pannello del dall’Oglio;
la stessa chiesa è interessante in quanto conserva la sua foggia originale, tipicamente seicentesca.
Di fronte alla chiesa si trova poi la villa Gera-Minucci-Ballati, del XVI secolo. A
Premaor vi è la chiesa di San Martino, che conserva al suo interno una pregevole
tela del Cinquecento, metre nelle sue vicinanze, sul Col Zanin, si possono vedere
i resti di un’antica torre di osservazione e difesa, chiamata La Torresella.
Edificio curioso è pure quello situato in località Forca, e comunemente chiamato La Preson:
si tratta delle vecchie carceri della Valmareno, che si fanno risalire ad un’epoca anteriore
al quindicesimo secolo; costruito in solida pietra nel cuore della collina, è costituito
da due celle con soffitto a volta.
- Guida turistica del Comune di Pieve di Soligo
Pieve di Soligo è situata nell’anfiteatro di colline venutesi a costruire sulle
antiche morene del fiume Soligo nei pressi del Piave. La sua storia documentaria
non va oltre la prima dominazione austriaca, quando il generale Fiorella, a nome
di Napoleone, la elesse (23 luglio 1797) a sede di Cantone e Distretto di Treviso.
Solo da allora il toponimo Pieve di Soligo compare nelle Carte Geografiche d’Italia,
anche se il suo territorio vanta la presenza dell’uomo fin dal tempo dell’impero romano
(200 d.C.), come lo dimostrano i reperti archeologici, rinvenuti: monete, resti di mosaico,
lucerne fittili rinvenute sotto il campanile vecchio, alcune di tombe trovate nel 1862 in località
“Luminaria”.
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Veduta di fine Ottocento della piazza di Pieve di Soligo. |
Durante il dominio veneziano – e per qualche periodo anche dopo (1807-1813) – la cittadina
risultava divisa in due pievi: quella del Trevisan appartenente al Circondario di Treviso nel
Cantone di Valdobbiadene e quella del Contà che era unita alla Gastaldia di Solighetto nel Contea
di Val Mareno. Queste due pievi per secoli furono oggetto di attenzione da parte delle autorità religiose
e civili che intervennero più volte a causa di continue accese diatribe sfociate talvolta in fatti di sangue,
motivate da supposti diritti di giurisdizione che l’una afferma di vantare sull’altra. Con l’istituzione della
provincia di Treviso il territorio delle due pievi venne a formare con la gastaldia di Solighetto, il comune
di Pieve di Soligo, al quale venne aggregato nel 1862 il territorio della frazione storica di Barbisano con
Barbisanello, appartenente fino ad allora ai comuni di S. Pietro di Feletto e di Refrontolo; per un periodo di
17 anni, dal 1928 al ’45 ne venne unito anche tutto il territorio dell’odierno comune di Refrontolo.
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Veduta di fine Ottocento della piazza di Pieve di Soligo. |
Da allora Pieve di Soligo divenne punto di gravitazione socio-economia di gran parte del Quatier del Piave,
non solo per la sua posizione geografica, favorita dalle vie di comunicazione, a cui si deve il ritorno del
mercato settimanale da Follina, dov’era stato trasferito nel secolo XVII per l’importanza dei locali settori
tessile e laniero; ma anche per la solerzia e la sagacia di valenti amministratori della cosa pubblica quali
Girolamo e Marco-Giulio Balbi Valzer, Antonio e Gaetano Schiratti, Giovanni Dalla Bertola ed altre eminenti
personalità che inoltre diedero al paese un nouvo assetto urbanistico, trasformando il piccolo borgo medievale
caratterizzato da un ponte di legno tinto di rosso e coperto da una singolare tettoia – con imponenti palazzi,
come quello dei Ciassi nei pressi dell’arcipretale, o l’edificio delle scuole elementari in piazza Vittori Emanuele,
o il palazzo Sammartini, o il palazzo Balbi-Valier, costruito sulle fondamenta di una villa palladiana che ancor si
ammira ritratta nel soppalco della arcipretale.
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Villa Brandolini a Solighetto. |
La frazione più densa di storia è Solighetto che nel Medioevo quand’era Contea col toponimo di "Vicinale" comprendeva
i territori della Pieve del Contà e di Farrò; i vescovi-conti della diocesi di Ceneda, investiti da Ottone I (967)
della contea che dal massiccio del Cesen arrivava fino alle rive del Piave, esercitavano il potere spirituale e temporale.
Solighetto fu infeudata ai Porcia che a Pedeguarda eressero un castello passato nel 1154 per eredità ai Da Camino.
Il castello fu oggetto nel tempo di reiterare azioni belliche e lotte finché nel 1379 venne raso al suolo da Rambaldo
VII di Collalto per incarico della Serenissima, che volle così punire severamente l’insubordinazione di queste popolazioni
che si opponevano strenuamente ai suoi programmi di espansione in Terraferma. Fu così che l’intero territorio venne
annesso ai beni feudali del castello di Valmareno, di cui era investito Marin Faliero. Alla sua morte la Serenissima
nel 1436 lo diede trasformandolo in “ feudo qualificato “ (cioè, con l’obbligo della residenza) ai capitani Andrea
da Narni detto Gattamelata e a Brandolino da Bagnacavallo, in apero segno di benemerenza vero questi due condottieri.
In seguito il Bagnacavallo acquistò per sé tutti i diritti del Gattameleta e li trasferì alla sua famiglia che ancora
li possiede.
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Castello Brandolini a Solighetto. |
Anche sotto l’aspetto ecclesiastico Solighetto da sempre è stata più importante rispetto al
suo odierno capoluogo: i più antichi documenti della diocesi Treviso non ci danno notizie infatti
di Pieve di Soligo, mentre ci indicano, invece, la pieve di S. Maria di Solighetto come "capitis plebis",
appartiene al Quartier d’Oltre Cagnano di Treviso.
Nella Pieve del Trevisan si trovano le cappelle di S. Gervaso e di S. Maria Maddalena. Ed è appunto quest’ultima
cappella che nel 1693, al fine di risolvere il secolare diverbio fra Soligo e Pieve di Soligo, venne eletta a
titolare anche della Pieve del Contà. Purtuttavia la controversia fra le due Pievi continuò ancora per quasi
due secoli e si concluse formalmente – pro bono pacis - solo il 15 marzo 1876.
L’attuale arcipretale dalla facciata di forme neoclassiche è sorta su progetto dell’architetto Ruolo (1904).
Recente è la costruzione (1955) del campanile che peraltro rispecchia quella più
articolata interna, della arcipretale.
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Campanile della chiesa parrocchiale di Solighetto. |
Barbisano, già curazia nel 1544 e parrocchia nel 1642. L’antica chiesa settecentesca
lasciò il posto alla nuova con campanile, eretta tra il 1902 e 1913.
Nel campo dell’arte sono da ricordare a Pieve di Soligo la secentesca Villa Morona,
costruita da un gruppo di edifici tra cui la Casa del Podestà del 1685 e gli artistici
lampioni che adornano e illuminano la piazza centrale e il piazzale della arcipretale.
Solighetto si può amministrare villa Branbolini d’Adda, già ricordata, e la parrocchiale,
dono di Gerolamo Brandolini Rota, costruita nel 1856. A Pedeguardia si trova il castello dei
Brandolini. A Barbisanello c’è la villa con ampio parco di Toti dal monte, opera di Giovanni Possamai.
Il capitello di S. Martino sopra il cimitero di Pieve costruito nel XVI secolo è ornato interamente
da bellissimi stucchi e conserva al suo interno un pregevole Crocifisso.
- TORRI E CASTELLI
Il sistema di difesa della Val Mareno, la cui origine è collocabile fra il VI – VII secolo d.C.
(contestualmente all’abbandono del villaggio d’altura sul Monte Castellazzo)
è rappresentato, innanzitutto, dal castello di Còsta a Cisòn di valmarino dov'era acquartierato
il grosso degli armati a disposizione.
In second’ordine si rileva il castello di Solighetto,
che sovrintende a tutta l’omonima Gastaldia e alle porte
meridionali della Valle. In tutte le altre Ville era dislocato un sistema
perfettamente coordinato di torri di vedetta, le cosiddette torri di guarda
(estremamente significativo a tal proposito è il toponimo Pedeguarda, indicante
che la Villa stessa sorgeva, per l'appunto, ai piedi di una torre di
guarda - nello specifico si tratta della torre di Farrò) e di
cortine (la cortina è costituita da uno spazio recintato ricavato
cingendo l’area prescelta di un muro o di un vallo di protezione;
al suo interno essa comprendeva oltre alla chiesa ed al cimitero un
certo numero di magazzini (canipe), inizialmente costruiti in legno,
sostituiti in un secondo tempo da costruzioni più solide e durature
in muratura, spesso nucleo iniziale di successive espansioni di un
villaggio accentrato. In momenti di pericolo all’interno della cortina
trovavano rifugio gli abitanti del paese, gli animali e le scorte di grano e vino).
Le torri di guarda od i ruderi delle medesime nella Vallis Mareni
sono individuabili nei punti sopraelevati, da dove si può facilmente
dominare il feudo, oppure si presentano nell'attuale riutilizzo, cioè
quali campanili isolati lontani a volte una decina di metri dalla rispettiva
chiesa, ed architettonicamente dissimili rispetto alla medesima. Da ogni torre
o resto medesimo è chiaramente visibile il castrum principale (Castrum Coste) od
un’altra torre d’avvistamento.
La classificazione topografica delle fortificazioni nella Contea di Val Mareno
risulta così articolata tra le dodici "Ville" (La villa o curtis medioevale è un
nucleo abitativo fortificato composto dalla chiesa, dalla residenza
del signore, dagli alloggi dei servi, artigiani e guardie,
i magazzini e le stalle.)" ad essa appartenenti:
1. Cison di Valmarino (comprendente l'abitato di Mura) possiede il castello
di Costa e il castello di Montalbàn; possiede la torre d'avvistamento posta
alle pendici del paese in località Càl della Pila,
la torre d'avvistamento posta nella piazza maggiore
(ora adibita a cella campanaria della Pieve di S. Maria) la torre
d'avvistamento (quest'ultimo edificio militare si trova ora inglobato
nella residenza Cesca - di questa torre rimangono le possenti mura in
sasso da oltre un metro di spessore ed un portale - ora cieco - sempre
inglobato nell'odierna struttura seicentesca dell'abitazione) sull'antico
guado sul torrente Ruio.
2. Valmareno (comprendente parte dell'abitato di Follina) possiede la
fortificazione del Castelàz o Ad Castelacium , possiede la torre di guardia
posta sul passo di Praderadego denominata Domus Bance, possiede una cortina
che ha al suo interno la chiesa di S. Pietro ed alcune canipe o magazzini:
essa è documentata a partire almeno dal 1218, possiede il Palatium fortificato
ove morì Sofia da Colfosco nel 1175, possiede il Collum Batabule o colle della
battaglia, costituito da un grande slargo cinto di mura di grande diametro
posto a monte del paese in località Sach nei pressi del tracciato del diverticolo
militare della Claudia Augusta Altinate , possiede il Collum de Varda o colle di
guardia posto nei pressi della chiesetta di S. Giacomo ove sono ancora visibili inglobati
all'interno dell'omonima chiesetta, i resti delle mura perimetrali della torre di guardia che ivi sorgeva.
3. Miane (comprendente parte dell'abitato di Follina) possiede una cortina, possiede
la torre di guardia di Artigno riutilizzata come capanile
per la pieve di Miane, possiede il notevole ed ancora ben conservato complesso
fortificato romanico delle Presòn o prigioni, del tipo in volta latronum, posto
in località Fòrca, possiede la torre di guardia posta ai piedi dell'abitato di Miane
a monte del cimitero inglobata in un edificio rurale.
4. Visna possiede il Casteler, una fortificazione ora
scomparsa posta nei pressi della chiesa di S.Vito.
5. Vergoman possiede la torre del Còl Traversèr, molto
probabilmente riutilizzata come attuale campanile della
curazia di S. Antonio Abate.
6. Combai possiede la torre di guardia in località Ala Tòr, possiede una cortina.
7. Campea possiede il Collum de Guayta ove è presente una torre di guardia
molto probabilmente riutilizzata come attuale campanile della curazia omonima.
8. Col.
9. Premaor possiede la torre di guardia,
detta la Toresèla, posta in località Col Zanin.
10. Tovena (comprende gli abitati di Soller e Gai - con la torre di
guardia riutilizzata come attuale campanile della curazia omonima)
possiede una cortina, possiede la torre di guardia detta Toresellum
posta sullo sperone di roccia che domina alla destra la salita al valico del
S. Bòldo, possiede la torre di guardia del Pratum de Guarda, sita nella piazza
del paese ed abbattuta nella seconda metà del Novecento per far posto ad un moderno
campanile, possiede un posto di guardia comprendente la muda sito sul passo del S. Bòldo.
11. Rolle (comprende gli abitati di Zuel e Pedeguarda il cui toponimo indica
che il piccolo abitato stesso sorge ai piedi di una torre di guarda, nello
specifico si tratta della torre di Farrò riutilizzata come attuale campanile
della curazia omonima).
12. Villa di Solighetto (comprende gli abitati di Pieve del Conta,
ora Pieve di Soligo che possiede la grande torre di guardia riutilizzata
come campanile della pieve omonima ed abbattuta nella prima metà del Novecento,
di Barbisanello e Farrò che possiede una torre di guardia, riutilizzata come attuale
campanile, ed una cortina) possiede il poderoso maniero caminese distrutto dalle truppe
filo veneziane dei Da Collalto e poi riedificato dalla famiglia comitale dei Brandolini nel XVI Secolo.
- IL VILLAGGIO D'ALTURA DEL MONTE CASTELLAZZO (COMUNE DI FOLLINA)
L'insediamento del Castelàz o Catellazzo in posizione strategica di fronte all’importante
percorso tardoromano, un diverticolo militare della Claudia Augusta, se confermato anche
per il III-IV sec. d.C., farebbe pensare ad una comunità di limitanei,
cioè di soldati-contadini posti a controllo della strada, ai primi tentativi
di costruire un limes interno sulle Alpi.
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Reperti di epoca longobarda rinvenuti sul Monte Castellazzo. |
Più semplicemente potrebbe trattarsi del villaggio d'altura di una popolazione che,
a causa degli eventi drammatici di quegli anni, avendo abbandonato le comode ma pericolose sedi di pianura si
era trasferita su questo sito fuori mano e quasi inaccessibile. Anche questo
insediamento avrebbe vissuto le vicende drammatiche delle guerre gotiche,
sicuramente a contatto e coinvolto con i popoli belligeranti nel Veneto:
Goti, Eruli (539-541), Franco-alamanni (545-563).
Con la riconquista bizantina anche il nostro insediamento sarebbe ritornato sotto l'impero, e presidiato da
altri Eruli (563-566). Il ritrovamento di ripostigli di materiali di valore
documenta senza dubbio la fine violenta del sito. L'area di insediamento
abitativo è prospicente un antico itinerario stradale che correva sull'altro
versante della valle e che, secondo l’Alberto Alpago Novello si dovrebbe riferire
alla Claudia Augusta Altinate. Il tracciato della strada romana attraversava la
Valmareno proveniendo da Altino, e per il passo del Praderadego conduceva a
Zumelle; quindi a Cesio Maggiore (dove venne individuato il miliare di Claudio),
a Feltre e su su per il Tesino fino in Valsugana e quindi nella valle dell'Adige.
Per una valutazione più recente il tracciato transmontano si riferirebbe concretamente
ad un diverticolo tardoromano della stessa via. frequentato giusto in concomitanza
con lo sviluppo in altura degli insediamenti militari o paramilitari del Castellazzo
(Marenum castrum) e di Zumelle – Castelvint (castrum Gemellae).
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Reperti di epoca longobarda rinvenuti sul Monte Castellazzo. |
Il sito è su un grande terrazzo naturale in pendenza, circa a quota 600, di forma quadrangolare, circondato da
impervi declivi in posizione difficilmente accessibile, ed occupa una superficie di
qualche ettaro, racchiuso grosso modo entro un perimetro con muri a secco perimetrali
che descrivono un pentagono schiacciato con vertice a Ovest. Il terreno si presenta
tutto a terrazzi, e tracce diffuse di muri sepolti. Tracce di muri di limitato spessore
(60.40 cm.), legati originariamente con malta, sono sono estesamente distribuiti
sull'area meno ripida. Sono facilmente rilevabili dagli avvallamenti i resti di
muri perimetrali risultano poi evidenti ove si sposti appena con un bastoncino
l'accumulo superficiale di materiale vegetale. Le tracce di muri su gradoni, a
livello di fondazione, si erano notate inizialmente con maggiore concentrazione
sul lato Sud-Ovest del terrazzamento, dove venivano raccolti con maggior frequenza
reperti metallici e ceramici. Le fondazioni sono organizzate in maniera tale da far
pensare a edifici rettangolari. Alcuni edifici, quelli di maggiori dimensioni (circa mt. 6 x 8),
suddivisi in ambienti, danno l’idea di essere abbastanza articolati. Questi hanno
orientamenti leggermente variabili, in genere con un lato maggiore volto a Sud-Ovest.
Tra gli ambienti ancora riconoscibili citiamo uno stanzino di un metro quadrato circa,
con i muri perimetrali emergenti per circa un metro, la pavimentazione in lastre di
pietra, e collegato a vani più ampi che sono in parte coperti da macerie. In quest’area
ristretta sono stati rinvenuti frammenti di tegole moderne; da ciò si constata che questa
struttura sia stata riutilizzata in epoca recente. Nessun embrice o tegola romana è stato
raccolto nell'area, percui si presume che i tetti degli edifici antichi fossero in lastre
di pietra, in scandole di legno o in paglia.
La presenza di numerosi chiodi in ferro fa pensare a una massiccia utilizzazione del legno
nelle strutture edilizie. Di un altro ambiente rettangolare, su un’area terrazzata a Ovest,
si conservano ancora muri a monte con parecchi corsi regolari di pietre, e quasi a raso invece a valle; in un angolo,
tra tracce di terreno carbonioso (forse un focolare), si raccoglievano parecchi
frammenti di recipienti in terracotta. Sono state individuate forme riferibili
ad anfore di tipo Gaza, o del tipo globulare con pareti a fitte pettinature.
Stranamente all’interno dello spazio concluso non si raccoglievano altri reperti.
Le chiavi tardoromane, le piccole e grandi toppe o placche di serratura, i chiavistelli,
i congegni, dispersi sul sito dimostrano che anche in quei tempi continuavano la consuetudini
romane circa la protezione delle proprietà. Il ritrovamento di pezzi di piombo richiama
l'uso di tale metallo per sigillare infissi. Per il momento, non ci sono tracce evidenti
di opere di fortificazione sul sito. I materiali sono stati ritrovati un pò su tutta
l'area del sito, ma una maggiore concentrazione si è notata sul lato Sud-Ovest dove si
possono individuare resti di muri e tracce di ambienti, e dove si presume esistesse
la zona abitativa ed artigianale dell'insediamento.
La tipologia dei recipienti in cotto di uso domestico è piuttosto limitata, sulla base ovviamente
dei pochi frammenti recuperati. Si riferiscono soprattutto a frammenti di anfore alcune sicuramente tardo
romane, in genere cilindriche africane od orientali di tipo Gaza; alcuni frammenti sono
riferibili a contenitori globulari pure di origine orientale con le caratteristiche
fascie di solcature orizzontali a pettine simili ad Invillino o ad Hrusiça; altri
ancora ricordano il bordo o il fondo piatto di anforette. Alcuni frammenti
documentano la presenza di olle da fuoco di colore nerastro, di un largo
piatto a bordo rialzato; altri riguardano vasi troncoconici in pietra ollare
di Lavez. Alcuni cerchi in ferro indicano l'utilizzo di contenitori o secchi
in legno. Ci sono dei frammenti in bronzo relativi a recipienti da cucina,
tra cui un frammento di mestolo; un pezzo di colino risulta addirittura
rattoppato più volte (quattro lamine sovrapposte e rivettate). Sono stati
rinvenuti anche parecchi coltelli in ferro ad un dorso a lama diritta;
nonché due "acciarini" in ferro.Frammenti in vetro giallognolo vengono
riferiti a bordi e piedi di bicchieri del tipo cosiddetto bizantino.
Il sito si presenta a piccoli terrazzi addatti a lavori agricoli, e
difatti un'economia basata sull'agricoltura viene testimoniata dal
rinvenimento di due vomeri ed di una zappa in ferro. E' stata pure ritrovata
un'ascia in ferro, purtroppo senza immanicatura, altre in frammenti. Un frammento
in bronzo di forma particolare e tipica farebbe pensare al codolo di un falcetto
di tipo preromano. Sul sito sono state raccolte anche due macine in pietra, ed un
grande frammento di mortaio sempre in pietra. Per l’allevamento o la pastorizia
praticati in epoca altomedievale abbiamo come testimonianze solo una campanella
per animale in ferro; i frammenti in bronzo di due diversi "tintinnaboli", campanelle;
e una lama di forbice da tosa a punte arrotondate. In zona sono state raccolte
abbondanti scorie di fusione in ferro, che indicano la presenza di attività
metallurgiche. I piccoli oggetti in ferro, con profilo a goccia e sezione quadra
("pani" o strumenti), sono diffusi, e la presenza di piccoli utensili e frammenti
di oggetti in bronzo fanno considerare certa la presenza di qualche fabbro-orefice.
Alcuni pezzi di piombo presentano dei tagli profondi derivati da una qualche lavorazione
in loco. Alcuni oggetti rinvenuti assieme hanno fatto subito pensare al ritrovamento dei
resti di una cassetta robusta contenente gli attrezzi di un falegname. Sono state infatti
raccolte tre massicce cerniere in ferro ancora con i chiodi inseriti nei fori, e numerose
lamine metalliche che dovevano avvolgere la cassetta per irrobustirla, ancora con i chiodi inseriti.
Non mancano la chiave di foggia tardoromana ed un robusto aggancio in ferro ritorto con coppiglia
ripiegata che era inserita forse nel coperchio. L'interno conteneva un'ascia, un segaccio, un grosso
succhiello, due raschietti-coltelli da legno a lama ricurva ed uno a lama diritta, presumibilmente a
due manici. Sono stati ritrovati anche i frammenti di una ciotola cilindrica in terracotta con base
piatta e fortemente espansa, e si è pensato al vasetto della colla.
La presenza di monete di bronzo e d'argento del III-VI sec.d.C., indica che quella
popolazione tardoromana, pur autosufficiente ed arroccata su luoghi impervi, tuttavia non
era isolata dal mondo ed intratteneva rapporti d'affari
con altre comunità lungo il diverticolo della Claudia Augusta, in piena efficenza in quei tempi.
Notevole il rinvenimento di monetine in argento, quarti di siliqua di età gota, una con leggenda
al verso di re Atalarico (527-534), un'altra di Teodato (534-536), due di Vitige (536-540 d.C.),
con immagine di Giustiniano imperatore d'Oriente sul dritto, e monogramma del re goto Teodorico
sul verso.
Per il trasporto delle merci lungo gli erti sentieri che raggiungevano il villaggio
venivano impiegati asini, e difatti sono stati ritrovati alcuni ferri adatti ai loro zoccoli. Gli
oggetti d'ornamento ritrovati indicano l'uso di armille (bracciali) terminanti a testa di rettile
stilizzata per i polsi, molto diffuse nelle nostre zone in epoca tardoromana; le fibule a croce
greca e ad arco con globetti poliedrici (tipo Gurina), talvolta con decorazioni ad occhio di
dado fatte col punzone, venivano usate per trattenere il mantello sulla spalla. Sono state
raccolte anche due fibule frammentarie ad arco, pseudogote, con placca triangolare sopra la molla;
le placche sono decorate con tre globetti ai vertici, ed una con occhi di dado e lineazioni a
tremolo lungo i margini. Mentre le fibbie da cintura, una con incisioni radiali per agemina,
servivano ovviamente per stringere le vesti alla vita: ricordiamo che era uso comune legare
alla cintura tutta una serie di oggetti di uso quotidiano, dalle chiavi al coltello.
Gli aghi crinali in ferro, con globetto in lega povera d’argento, si addoperavano per
acconciare le capigliature o forse per trattenere il fazzoletto come usavano fare le
donne della Val Mareno fino a non molti anni fa. Non sono stati per ora trovati orecchini,
che pure erano di uso diffuso in quei tempi.
Una popolazione che si addatta a vivere su un luogo così disagiato, in un'epoca quale
quella tardo romana-altomedioevale così torbida
e con pericoli incombenti, non può prescindere da norme elementari di sicurezza e dall'uso
di armi. Sono state ritrovate difatti una punta di lancia di tipo avaro o alamanno, di forma
romboidale allungata con codolo a sezione esagonale nella parte mediana, poi tronco-conico,
ed alcune punte di freccia a foglia; altre a tre alette con innesto a spina, di tipo orientale,
ma usate da tutte le gentes al soldo dei Bizantini. Sono stati raccolti anche alcuni anelli in
ferro con le estremità sciacciate, che dovevano appartenere ad una lorica, o cotta in maglia di
ferro. Non sappiamo però se questi armamenti furono usati dagli autoctoni o da invasori che hanno
interrotto bruscamente la vita del villaggio. Le punte di freccia a tre alette hanno lo stesso
peso medio dei panetti di ferro e potrebbero anche essere di produzione locale.
Testi tratti dalle pubblicazioni
del giornalista Damiano Cesca: Gli Statuti medioevali della Contea di Val
Mareno e della Gastaldia di Solighetto, Godega di Sant’Urbano 2009; Il
convento di San Francesco a Cison di Valmarino, Venezia 2008; La Grande
Guerra nella Val Mareno, Godega di Sant’Urbano 2004; Inferno nel Lager Dora,
diario di un sopravvissuto cisonese: Giovanni Paquetti 1943-1946, Cison di
Valmarino 2004; La Madonna di Giovanni Bellino, in: "Numero speciale dei
quaderni del Circolo Vittoriese di Ricerche Storiche 1982 – 2002", Godega
di Sant’Urbano 2003; Anno Domini 1460, l’arte della stampa nel monastero
cistercense di Sanae Vallis, in: "Numero speciale dei quaderni del Circolo
Vittoriese di Ricerche Storiche 1982 – 2002", Godega di Sant’Urbano 2003;
Gli antichi Statuti della Val Mareno, in: "I Da Camino, capitani di Treviso,
Feltre e Belluno, signori di Serravalle e del Cadore", Vittorio Veneto 2002;
Vestigia medioevali a Cisòn di Valmarino, in: "I Da Camino, capitani di
Treviso, Feltre e Belluno, signori di Serravalle e del Cadore, Vittorio
Veneto 2002; Nostro Magnificat, scritto inedito del Padre David Maria
Turoldo, Venezia 2002; Rolle, Il manoscritto del Rev. G. B. Scrizzi,
la storia, l'antichissima manifattura delle olle in terracotta nella
splendida cornice delle colline del Prosecco, Venezia 2001; Follina,
Cenni storico artistici, Venezia 2000.
Fotografie di Lara Fusaro.